Avventure a Miami
by krack76Il display del tabellone dei cambi all'aeroporto internazionale di Miami non mentiva, ma stampava comunque un sorriso surreale sulla faccia di chiunque arrivasse dal Vecchio Continente. 1,60. Per ogni singolo euro buttato sul bancone, l'America ti restituiva un dollaro e sessanta centesimi. Non era solo un tasso di cambio favorevole; era un passaporto per l'onnipotenza finanziaria in una nazione che stava vedendo crollare il proprio sogno immobiliare sotto i colpi devastanti dei mutui subprime. Per le strade di Miami, i cartelli
Foreclosure
e
For Sale
spuntavano sui prati curati delle ville come funghi dopo la pioggia. Ma per chi sbarcava dall'Europa con una valigia piena di progetti e una carta di credito pesante, quella crisi somigliava maledettamente a un parco giochi a metà prezzo.
Il taxi svoltò su Collins Avenue, lasciandosi alle spalle il profilo specchiato di Downtown. Quando la sagoma curva e maestosa del Fontainebleau si stagliò contro il cielo cobalto del tardo pomeriggio, capii che il viaggio era appena iniziato.
L'hotel profumava di nuovo, di moquette costosa, di opulenza appena restaurata dopo un mega investimento da un miliardo di dollari. Oltrepassai la monumentale lobby, calpestando quel pavimento di marmo bianco e nero che nel secolo scorso aveva visto sfilare il Rat Pack e James Bond, mentre la musica del LIV, il club dell'albergo che stava per diventare il centro della vita notturna mondiale, faceva già vibrare impercettibilmente i vetri.
Ritirate le chiavi della suite, mi affacciai al balcone. Davanti a me, l'Oceano Atlantico si estendeva a perdita d'occhio, calmo e indifferente ai crolli di Wall Street. Sotto, le enormi piscine illuminate cominciavano a riempirsi per l'aperitivo. In tasca avevo l'energia di una città che non dorme mai e la netta sensazione che, in quel preciso momento storico, Miami potesse essere conquistata con un'alzata di mano.La brezza calda che entrava dalla terrazza della suite portava con sé il profumo del sale e del denaro che cambiava di mano. Presi il telefono e guardai l'ora: in Italia era ormai notte fonda. Con i miei soci avevamo appena concluso un'ottima operazione finanziaria, una di quelle che ti lasciano addosso l'adrenalina dei giorni migliori e, soprattutto, una discreta quantità di liquidità in euro da dover ricollocare in fretta.
Mentre l'Europa guardava con apprensione oltreoceano, noi avevamo capito che quella era la nostra finestra temporale. Il mandato dei miei soci era stato chiaro prima che salissi sul volo:
Trova qualcosa di unico. Un mega appartamento a South Beach, vista mare. Mettiamo un piede in America adesso che si svende tutto
.
Puntare su South Beach era la mossa strategica per eccellenza. Era il cuore del glamour, della vita notturna e del lusso di Miami Beach; se c'era un posto dove il valore immobiliare sarebbe rimbalzato alle stelle dopo la tempesta dei mercati, era proprio lì, tra Ocean Drive e i grattacieli esclusivi di South of Fifth. Con il budget che avevamo a disposizione, convertito con quel tasso di cambio folle, potevamo permetterci proprietà che solo l'anno prima sarebbero state totalmente inavvicinabili.
Aprii il portatile sul tavolo di vetro della suite e rilessi l'email del broker immobiliare che mi era stato raccomandato. L'appuntamento era fissato per l'indomani mattina direttamente nella lobby. Aveva tra le mani il pignoramento fresco di una proprietà esclusiva a South Beach: un mega appartamento con vetrate a tutta altezza sull'oceano e una terrazza enorme.
Mi versai un goccio di rum nel bicchiere, guardando le luci della costa. Quella non era una semplice vacanza; era una battuta di caccia grossa nel posto più esclusivo della Florida.
La luce dell'happy hour al Fontainebleau aveva un colore unico, un rosa dorato che rifletteva sul marmo e sull'acqua delle piscine. Ero sceso nella zona dei bar all'aperto, a pochi passi dalla spiaggia. Per l'occasione avevo scelto un completo di lino beige a sottili righine azzurre, fresco ma impeccabile, abbinato a una camicia bianca di cotone aperta sui primi bottoni.
Mentre mezza Miami Beach esibiva bicipiti e costumi striminziti, quel tocco di eleganza italiana attirava gli sguardi. Ma in quel momento avevo la testa altrove. Restai seduto sul mio divanetto, isolato nel mio angolo di tranquillità con il portatile aperto sul tavolo di vetro. Stavo studiando i dettagli dell'operazione e i numeri del mercato immobiliare, alternando lo sguardo sullo schermo a una telefonata fitta in cuffia con i miei soci in Italia.
Proprio di fronte a me, a pochi metri, un gruppo di ragazze scatenate faceva casino intorno al bancone del bar. Era un addio al nubilato in piena regola. Al centro c'era la promessa sposa con un velo bianco corto attaccato ai capelli e una fascia celebrativa, circondata da amiche che zoccoleggiavano senza troppi freni, ordinando shot di tequila e ridendo a voce alta a ritmo di musica house.
Il mio isolamento professionale venne interrotto da uno sguardo. Una delle amiche della sposa mi fissava già da un po' con insistenza. Non era una modella da copertina, ma una ragazza normale, decisamente carina, con un'aria fresca, i capelli biondi e un sorriso sveglio e malizioso. Era incuriosita da quel tipo elegante in lino che ignorava la confusione per stare concentrato sul computer. Alla fine si staccò dal gruppo e, con assoluta disinvoltura, camminò dritta verso il mio tavolo.
«Lavori troppo per essere a Miami Beach,» disse con un sorriso spontaneo, appoggiandosi allo schienale della sedia di fronte.
«Sto solo sistemando le ultime cose prima di godermi la città,» risposi, chiudendo parzialmente lo schermo del portatile e ricambiando lo sguardo con calma.
Lei diede un'occhiata alle sue amiche che stavano già chiamando un taxi all'ingresso. «Senti, adesso dobbiamo portare la sposa in giro per i locali di South Beach, ne avrà per ore. Ma io ho intenzione di sganciarmi prima e rientrare in hotel.» Mi guardò dritto negli occhi, con una mossa molto decisa: «Perché non mi mandi un messaggio sul telefono adesso? Così abbiamo i nostri numeri e, quando sto per rientrare, ti faccio un colpo e ci becchiamo qui».
L'idea era pulita e senza fronzoli. Presi il telefono, le dettai il mio numero e lei mi fece uno squillo per lasciarmi il suo. «Ci vediamo più tardi allora,» disse facendomi l'occhiolino, prima di girarsi e correre a raggiungere le altre sul taxi.
La serata passò rapida. Finita la telefonata con i soci, salii in suite. Verso le due del mattino, il telefono sul comodino vibrò. Era un messaggio secco da parte sua:
Sto rientrando, cinque minuti e sono al Fontainebleau
.
Le risposi solo col numero della camera. Quando la porta si aprì, l'atmosfera si fece subito densa. Non aveva più il copricostume del pomeriggio, ma una minigonna di jeans corta e una canottiera nera a coste, senza reggiseno sotto. Era una ragazza vera, con le curve giuste, i fianchi pieni e due capezzoli turgidi che spingevano con arroganza contro il tessuto leggero.
Non ci dicemmo una parola. La spinsi direttamente contro la parete accanto alla porta, sollevandole la canottiera fino al collo per liberare il seno: due tette sode, piene, con le aureole scure eccitate dall'aria condizionata. Cominciai a morderle e a palparle con forza, mentre lei cacciava un gemito profondo, aggrappandosi alle mie spalle.
Prima ancora di arrivare al letto, si mise in ginocchio sul pavimento. Mi sbottonò i pantaloni di lino con gesti rapidi, quasi rabbiosi, tirando fuori il cazzo già durissimo. Se lo infilò tutto in bocca, senza esitazione. Iniziò a farmi un pompino profondo, animalesco, guardandomi dal basso verso l'alto con gli occhi lucidi. Sentivo il calore della sua gola e la sua lingua che lavorava bagnando tutto, mentre le mie mani le stringevano i capelli biondi per dettare il ritmo, spingendo sempre più a fondo.
Quando la tirai su per i fianchi, era completamente bagnata. La trascinai verso la grande vetrata della suite. Le sbattei la faccia contro il vetro freddo, le tirai su la minigonna di jeans e le scostai gli slip di pizzo. La presi da dietro con una spinta secca, dritta, fin in fondo.
Fu una scopata selvaggia, violenta, acustica. Il rumore della carne che sbatteva contro i suoi glutei sodi riempiva la stanza, mischiandosi ai suoi gemiti soffocati contro il vetro. A ogni affondo, il marmo della camera sembrava tremare e il vetro si appannava sotto il suo fiato corto. Le stringevo le tette da dietro, affondando le dita nella carne morbida, mentre guardavo i riflessi delle macchine su Collins Avenue. La sbattei così, senza sosta, fino a venirle dentro con un brivido violento, mentre lei stringeva le cosce urlando contro la finestra.
Dopo, crollammo sul letto king size, bagnati di sudore e umori, con il profumo del sesso selvaggio ancora nell'aria. Io ero a pancia in su, lei appoggiata sul mio petto, con un braccio sopra i miei addominali. Nel silenzio della stanza, interrotto solo dal ronzio del condizionatore, lei sollevò la testa, mi guardò e si mise a ridere da sola.
«Cazzo...» disse, passandosi una mano tra i capelli biondi spettinati. «È stata la cosa più folle della mia vita. E la parte migliore è che non ho idea di chi tu sia. Come ti chiami,?»
Sorrisi, voltando la testa verso di lei. «Lorenzo. E tu?»
«Chelsea,» risposi, dandomi un bacio rapido e umido sulle labbra. «Piacere di conoscerti, Lorenzo. Direi che l'Italia ha appena fatto un ottimo lavoro a Miami.»
Chelsea si rivestì in fretta, senza troppi drammi o lunghe colazioni. Si infilò di nuovo la canottiera nera e la minigonna di jeans, si diede una sistemata veloce ai capelli davanti allo specchio del bagno e tornò vicino al letto.
«Le mie amiche staranno crollando sui divanetti di qualche club o saranno già rientrate nella loro stanza,» disse con un sorriso furbo, dandomi un bacio veloce sulla guancia. «Meglio che torni a fare la mia parte prima che denuncino la mia scomparsa. Ci si vede in giro, Lorenzo.»
«Ciao, Chelsea,» risposi, mentre la porta della suite si chiudeva con un clic silenzioso. Rimasi solo nel letto, mi girai dall'altra parte e crollai in un sonno profondo.
La sveglia suonò alle otto e mezza. La luce accecante di Miami tagliava già la stanza attraverso la grande vetrata dove, solo poche ore prima, Chelsea urlava con la fronte contro il vetro. Mi alzai con l'adrenalina giusta: la notte era stata selvaggia, ma la mattina era fatta per gli affari.
Una doccia fredda per ripulirmi dalle fatiche della notte, un caffè espresso ordinato al servizio in camera e indossai un nuovo completo, un principe di galles chiarissimo, perfetto per un appuntamento di lavoro sotto il sole della Florida. Alle 9:45 precise ero giù nella lobby del Fontainebleau.
Il broker immobiliare mi stava aspettando vicino all'enorme lampadario di Murano nella lobby del Fontainebleau. Quando mi avvicinai, capii subito che la mattinata sarebbe stata molto più interessante del previsto. Non c’era nessun uomo ad attendermi, ma una splendida ragazza latina con la pelle color caramello, indossava un paio di sandali Jimmy Choo bicolore con un paio di tacchi che slanciavano un corpo mozzafiato, fasciato in un tubino bianco elegante e decisamente aderente. I capelli scuri le ricadevano in morbide onde sulle spalle e i suoi occhi neri erano furbi e penetranti.
«Lorenzo? Welcome to Miami!» disse sfoderando un sorriso smagliante in perfetto inglese e porgendomi la mano. «Il mio capo mi ha detto che tu e i tuoi soci fate sul serio...»
«Mucho más serio de lo que imaginas...» risposi, stringendole la mano e passando istantaneamente a uno spagnolo fluido, sicuro, con quella cadenza naturale che ti porti dietro solo se hai masticato davvero la vita da quelle parti.
Lei sgranò gli occhi neri, colpita da quella sorpresa, e il tono professionale da broker d'assalto si sciolse in un secondo. Mi guardò dall'alto in basso, incuriosita.
«¡Oye! Ma come mai parli così bene lo spagnolo?» mi chiese, studiando il mio accento. «Non sembri il classico turista italiano.»
Sorrisi, tenendo lo sguardo fisso nel suo. «Diciamo che ho vissuto parecchio tempo in Venezuela. Ho ancora una casa a Isla Margarita.»
A quel punto Camila fece un sorriso immenso, spalancando gli occhi neri per la sorpresa. «Non ci posso credere! ¡Amo Margarita! Io sono venezuelana, cioè sono nata qui a Miami, ma i miei genitori sono di Caracas e si sono trasferiti anni fa. Da piccola passavamo tutte le vacanze a Playa El Agua e a Porlamar... Praticamente mi hai fatto tornare a casa in un secondo. Che combinazione incredibile trovare un italiano con una casa a Margarita proprio qui al Fontainebleau.»
«Il mondo è piccolo, Camila. Ma le opportunità a Miami sono grandi,» risposi, e quel richiamo all'isola creò un filo diretto istantaneo. La diffidenza professionale era completamente azzerata.
Salimmo sulla sua vettura, una Mercedes sportiva che sembrava fatta apposta per scattare tra le palme di Collins Avenue. Durante il tragitto verso l'estremità sud di South Beach, la conversazione si fece fitta, fluida, un misto di dati tecnici sul crollo dei mutui subprime e battute. Camila mi spiegò nei dettagli come il costruttore del nuovo complesso a South of Fifth (SoFi) fosse andato a gambe all'aria solo tre settimane prima, lasciando l'attico più bello direttamente nelle mani della banca, che ora aveva una fretta tremenda di liquidarlo per fare cassa.
Arrivammo a SoFi, l'estremità più esclusiva e costosa di South Beach, ed entrammo nella struttura modernissima di vetro e acciaio. Prendemmo l'ascensore privato con la chiave magnetica e salimmo fino all'ultimo piano. Quando le porte si aprirono direttamente all'interno dell'appartamento, lo spettacolo mi lasciò senza fiato. Un mega open space con vetrate alte quattro metri a perdita d'occhio sull'Atlantico e sul canale governativo. Il pavimento in travertino era così lucido che rifletteva l'azzurro del cielo.
Camila si accostò a me, il profumo della sua pelle che si mischiava all'odore di nuovo delle pareti appena pitturate. Si voltò, appoggiandosi leggermente alla ringhiera della terrazza perimetrale, e mi guardò fissa.
«L'anno scorso, sulla carta, il costruttore chiedeva tre milioni e seicento mila dollari, Lorenzo. Oggi la banca firma a un milione e otto. E con il vostro euro a 1,60... lo pagate meno della metà.»
Guardai il panorama immenso, poi mi voltai a fissarla, incrociando i suoi occhi neri. Sapevo benissimo che con la crisi che c'era, la banca, pur di liberarsi del pignoramento, avrebbe accettato un'offerta ancora più bassa, ma l'intesa con lei era la chiave per capire fin dove potevamo spingerci.
«L'appartamento è stupendo, Camila,» le dissi, facendo un passo verso di lei e parlando nel nostro spagnolo. «Ma un milione e otto è solo la richiesta della banca. In questo momento a Miami il contante è il re. Se veniamo al sodo con un'offerta aggressiva, secondo te qual è il vero prezzo di sbarco a cui si chiude?»
Camila mi guardò con un mezzo sorriso furbo, apprezzando il modo diretto di fare affari. «Se metti sul tavolo un acconto pesante in tempi rapidi, penso che a un milione e sei la banca ceda. Ma non dirlo al mio capo.»
«Ottimo. Però prima di prendere una decisione definitiva e bloccare i fondi, voglio capire bene cosa offre il mercato in questa zona. Vorrei vedere almeno altre due o tre proprietà di questo livello nel pomeriggio. Hai qualcosa di fresco nei vostri database?»
«Posso dare un'occhiata ai pignoramenti arrivati stamattina in ufficio,» rispose lei, appoggiando una mano sul fianco e guardando fuori verso l'oceano. «C'è un'altra torre poco più a nord che potrebbe fare al caso vostro.»
La formalità della visita era ormai svanita, sostituita da quella complicità nata tra Margarita e gli affari. La vicinanza cominciava a farsi sentire e l'atmosfera nell'attico vuoto si era scaldata. Decisi di cambiare marcia, passando dal lavoro alla vita privata.
«Camila...» dissi con un tono più basso e confidenziale, guardandola dritto negli occhi. «Una donna come te, che si muove così bene a Miami Beach... com'è che passa il suo tempo libero? C'è un fidanzato geloso che ti aspetta a casa o sei libera di girare la città?»
Lei sgranò gli occhi, sorpresa dalla virata improvvisa, poi scoppiò in una risata complice che mise in mostra i denti bianchissimi. «¡Ay, Lorenzo! Sei molto directo. No, nessun fidanzato geloso. In questo momento sono single, tutta concentrata sul lavoro e sulla mia libertà.»
«Perfetto. Allora la soluzione è semplice,» la interruppi, sfoderando il mio sorriso migliore. «Tu studi le nuove carte delle proprietà nel pomeriggio, e questa sera mi porti a vedere i risultati. Ti invito a cena. Scegli tu il posto migliore di Miami Beach, offro io. Festeggiamo l'inizio di questo affare e il fatto di aver trovato una pana venezuelana in Florida.»
Camila mi guardò per qualche secondo, divertita e decisamente stuzzicata da quella galante sfrontateza italiana a cui nessuna ragazza sa resistere.
«Mi piace come fai affari , Lorenzo...» disse, sistemandosi una ciocca di capelli scuri dietro l'orecchio. «Va bene per la cena. Accetto l'invito. Ti passo a prendere io al Fontainebleau alle nove in punto. Ti porto in un posto speciale.Alle nove in punto ero giù nella lobby del Fontainebleau, pronto per la serata. Avevo cambiato marcia anche nel look: un abito blu scuro dal taglio sartoriale, senza cravatta, e una camicia bianca di lino finissimo sbottonata quanto bastava per mantenere quell'aria distaccata ed elegante che a Miami faceva subito la differenza.
Non appena uscii dalle porte a vetri dell'hotel, la Mercedes sportiva di Camila si accostò al marciapiede della hall. Il finestrino si abbassò lentamente, ma prima ancora che potessi salire, la mia attenzione venne completamente catturata da lei. Se la mattina in ufficio era splendida, per la cena aveva deciso di tirare fuori tutta l'artiglieria pesante del fascino latino.
Camila era super sexy. Indossava un abito da sera nero, cortissimo e aderente come una seconda pelle, che metteva in risalto le curve perfette dei fianchi e le gambe lunghe e ambrate, slanciate da un paio di sandali con un tacco a spillo vertiginoso. La scollatura generosa sul davanti lasciava intravedere il seno sodo, mentre la schiena era completamente scoperta fino alla curva dei reni. I capelli scuri, lucidi e profumati, le ricadevano da un lato, lasciando scoperto il collo. Aveva un trucco leggero ma magnetico, con gli occhi neri incorniciati da una linea di eyeliner che la rendeva incredibilmente provocante.
«Buenas noches, Lorenzo,» disse guardandomi dal basso verso l'alto con uno sguardo carico di promesse e un sorriso malizioso. «Spero che tu sia pronto per la vera Miami.»
«Buenas noches, Camila,» risposi, salendo in macchina e lasciandomi avvolgere dal profumo intenso e speziato della sua pelle, che riempiva già l'abitacolo. «Direi che la serata è iniziata sotto il segno migliore. Dove mi porti?»
Lei ingranò la marcia con decisione, facendo ruggire il motore della Mercedes tra le palme di Collins Avenue. Il ristorante era il cuore pulsante del jetset di South Beach. Un locale dall'eleganza minimalista, dove il bancone di marmo retroilluminato tagliava in due la sala e l'aria era densa di musica deep house a basso volume. Eravamo seduti a un tavolo d'angolo, riparati da grandi foglie di banano, immersi in una luce calda che rendeva la pelle color caramello di Camila ancora più magnetica.
Tra una portata di sushi fusion e un calice di vino bianco gelato, i dossier immobiliari rimasero appoggiati sul bordo del tavolo, quasi come una scusa. Ogni volta che Camila si sporgeva in avanti per indicarmi una cifra o la pianta di un nuovo pignoramento a Bal Harbour, la scollatura del suo abito nero non lasciava spazio all'immaginazione e il profumo speziato della sua pelle mi arrivava dritto alla testa.
Parlavamo fluentemente la nostra lingua, scherzando su Caracas, sulle spiagge di Margarita e su come Miami stesse cambiando. La complicità era totale, alimentata da sguardi intensi e sfioramenti di gambe sotto il tavolo che di professionale non avevano più nulla.
Verso mezzanotte, Camila chiuse delicatamente l'ultima cartella, guardandomi da sotto le ciglia con un sorriso provocante. «Bene, Lorenzo. Questo è il meglio che il mercato offre in questo momento a prezzi stracciati. Domani mattina possiamo andare a visitarli, se vuoi.»
Fintai di riflettere per un istante, poi inclinai leggermente la testa, incrociando i suoi occhi neri.
«Camila, guardare queste carte qui, con questa confusione e le luci basse, non rende giustizia all'affare,» dissi, abbassando la voce e parlando con totale sicurezza. «In tasca ho i mandati dei miei soci e i fondi pronti per essere sbloccati. Perché non torniamo al Fontainebleau? Saliamo nella mia suite, ci mettiamo comodi nel salottino e studiamo con calma le soluzioni migliori per l'indomani. Lì abbiamo la tranquillità giusta per decidere quale proprietà colpire.»
Camila colse l'invito al volo. Il suo sguardo scivolò per un attimo sulle mie labbra, poi tornò nei miei occhi, accendendosi di una luce maliziosa. Sapeva benissimo che lo
studio
dei dossier era solo il preludio a qualcos'altro, ma la flemma e la sicurezza che ci stavo mettendo la stavano eccitando da morire.
«Me parece una excelente idea estratégica, Lorenzo...» rispose, accentuando quel tono caldo venezuelano che mi faceva impazzire. «In fondo, un buon broker deve sempre assecondare le esigenze del suo cliente.»
Chiamai il cameriere con un cenno, sbattei la carta di credito sul conto senza guardare la cifra e ci alzammo. Mentre camminavamo verso l'uscita, le appoggiai una mano sulla schiena nuda, sentendo la sua pelle calda fremere sotto le mie dita. Camila si voltò a guardarmi di sbieco, camminando sinuosa sui suoi tacchi a spillo.
Non appena la porta pesante della suite si chiuse alle nostre spalle con un clic secco, i dossier immobiliari volarono sul pavimento di marmo dell'ingresso senza che nessuno dei due si curasse di dove cadessero. Non c'era più bisogno di recitare la parte del cliente e del broker. La tensione accumulata per tutta la sera tra sguardi, battute e sfioramenti sotto il tavolo esplose all'istante.
La afferrai per i fianchi e la spinsi con violenta passione contro la parete. Camilla cacciò un gemito sorpreso che si trasformò subito in un bacio profondo, affannato, quasi rabbioso. La sua lingua cercò la mia con la foga tipica delle donne latine, mentre le sue mani volavano tra i miei capelli e poi sul collo della mia camicia, strappando i bottoni per sentire la mia pelle.
Il suo abito nero, cortissimo e aderente, fu una preda facilissima. Lo afferrai per il bordo e lo tirai su con forza, scoprendo le sue gambe lisce e il baccanale delle sue curve. Sotto non indossava i collant, solo uno slip di pizzo nero minuscolo che stringeva i suoi fianchi sodi. Con una mossa secca le sbottonai l'abito sulla schiena nuda e lo feci scivolare via, lasciandola completamente nuda davanti a me, fatta eccezione per i tacchi a spillo che non le feci togliere.
Camila aveva un corpo da favola: la pelle color caramello liscia come la seta, un punto vita strettissimo e due tette sode, piene, con i capezzoli scuri già durissimi per l'eccitazione. La baciai sul collo, scendendo con la bocca sul suo seno, mordendo e succhiando i capezzoli mentre lei inarcava la schiena all'indietro, aggrappandosi disperatamente alle mie spalle.
«¡Coño, Lorenzo... así, más fuerte!» sussurrò con la voce rotta dal fiato corto, passando allo spagnolo più stretto e viscerale di Caracas.
Non la portai nemmeno sul letto. La trascinai di peso verso il divano di pelle bianca del salottino. La girai di schiena, obbligandola a inginocchiarsi sul bordo dei cuscini con le mani appoggiate saldamente allo schienale. In quella posizione, con il culo alto e sodo offerto verso di me e i tacchi ancora ai piedi, era una visione erotica micidiale.
Mi sbottonò i pantaloni, tirando fuori il cazzo turgido e pulsante. Le scostai lo slip di pizzo di lato con un dito e, senza tanti complimenti, affondai dentro di lei con una spinta secca e profonda, dritta fino in fondo.
Camila cacciò un urlo di piacere che rimbombò tra le pareti della suite. Era strettissima, bollente, completamente bagnata. Iniziai a pomparla a cannone, con un ritmo selvaggio e incessante che faceva cigolare la struttura del divano. Il rumore della carne che sbatteva contro i suoi glutei riempiva la stanza, mischiandosi ai suoi ansimi ravvicinati. La tenevo ferma per i fianchi, affondando le dita nella sua pelle morbida per dettare la marcia, mentre con l'altra mano le stringevo una tetta da dietro, schiacciandola nel mio pugno.
Camila era totalmente travolta. Più spingevo forte, più lei urlava di piacere nel buio della stanza, scossa da brividi continui. Girammo per tutta la suite in preda a un delirio animalesco: la tirai su, la sbattei contro il tavolo di vetro e la copulai lì, con le sue gambe lunghe spalancate e avvolte intorno ai miei fianchi, mentre lei oscillava la testa all'indietro, gridando forte e graffiandomi le braccia a ogni affondo. Era un'esplosione di pura energia latina e passione italiana.
Sentivo le pareti della sua carne stringermi sempre di più, mentre lei era scossa dai primi spasmi dell'orgasmo. Spinsi ancora più a fondo, cinque, sei volte, con tutta la forza che avevo in corpo, fino a quando Camila cacciò un ultimo urlo prolungato, venendo violentemente intorno al mio cazzo. Un secondo dopo venni anche io, dentro di lei, con un brivido potentissimo che mi svuotò completamente.
Crollammo entrambi sul tappeto di design della suite, stremati, con i corpi lucidi di sudore e il fiato corto che pian piano tornava regolare.
Camila si girò su un fianco, con i capelli spettinati sul viso e il trucco leggermente sbavato che la rendeva ancora più bella e selvaggia. Mi guardò, con gli occhi neri ancora lucidi per il piacere, e scoppiò in una risata sommessa, incredula.
«¡Dios mío, Lorenzo!» disse, passandosi una mano sul seno ancora eccitato. «Mi avevi detto che facevi sul serio con gli affari... ma non pensavo che fossi così violento e spettacolare anche a letto. Mi hai fatto gridare come una pazza.»
Sorrisi, allungando un braccio per tirarla vicino a me e accarezzarle la schiena nuda. «Te l'ho detto, Camila. A noi italiani piace fare le cose per bene. Soprattutto quando dall'altra parte c'è una venezuelana che sa come tenere il ritmo.»
Lei mi diede un bacio umido e profondo sulla bocca, stringendosi al mio petto. L'affare immobiliare a South of Fifth era ormai praticamente concluso nella mia testa: avevamo trovato l'appartamento perfetto, ma soprattutto, avevo trovato il broker migliore di tutta la Florida
Mi svegliai prima di Camila, che era rimasta a dormire lì con me nella suite. Rimasi un attimo a guardarla: splendida, i tratti tipicamente venezuelani, i capelli mori sparsi sul cuscino. Aveva quel fascino latino che a Miami ti gira la testa.
Invece di pensare ad andare a vedere gli appartamenti che mi venivano proposti, la mia testa era già altrove. Dovevo progettare la giornata a modo mio. Mi misi subito a smanettare su internet alla ricerca di un servizio di car rental di livello, perché avevo in mente un'idea precisa: ci serviva una splendida cabriolet d’epoca anni '60. Dopo pochi minuti di ricerca la trovai, il modello perfetto: una Plymouth Barracuda del 1965. Rossa come si deve, fiammante, con gli interni in pelle bianca e la capote rigorosamente abbassata. Un vero mostro americano. Il prezzo? Sticazzi, inserii i dati e misi tutto sul conto della società. Tanto, per i budget che gestivamo, erano spiccioli.
Appena Camila si svegliò, feci portare in camera una splendida colazione direttamente con il servizio dell'hotel. Mentre iniziava a mangiare, lei afferrò il suo smartphone. Sapeva che oggi i piani erano diversi e non aveva nessuna intenzione di andare a lavorare; la prospettiva di mollar tutto per una giornata di mare e di sesso con me era decisamente troppo forte.
Cercò di darsi un tono professionale, ma nei suoi occhi mori c'era già una scintilla di malizia. Digitò il numero del suo ufficio e, appena risposero, cambiò completamente voce, improvvisando una parte da Oscar.
Pronto? Sì, ciao... Senti, oggi purtroppo non riesco assolutamente a venire in ufficio. Mi è presa una fitta assurda allo stomaco, credo sia un'intossicazione alimentare. Sto malissimo, resto a letto... Sì, ci aggiorniamo domani, scusami.
Buttò giù la chiamata e scoppiò a ridere, lanciando il telefono sul letto. La finta malata era svanita in un secondo, sostituita da una voglia matta di iniziare la giornata.
Risolto,
disse guardandomi con un sorriso provocante.
Adesso sono tutta tua.
Perfetto. Allora muoviamoci,
le risposi.
Passiamo da casa tua, è assolutamente necessario che tu prenda il cambio e tutto l'occorrente per una giornata di mare. Prima però andiamo a ritirare la macchina.
Lasciammo la suite e salimmo sul taxi. Quando il tassista ci lasciò davanti al garage del noleggio, la vidi subito. Spiccava in mezzo a tutte le altre.
Era un capolavoro di design americano. La carrozzeria brillava sotto il sole di Miami di un rosso fuoco, profondo e aggressivo, che contrastava da dio con la capote abbassata. Le linee erano slanciate, con quella griglia anteriore cattiva e i fari tondi che aggredivano la strada. Ma il vero spettacolo erano gli interni: una distesa di pelle bianca immacolata, perfetta, con il volante a tre razze in legno e metallo e la leva del cambio cromata che spuntava dal tunnel centrale. Era massiccia, rumorosa, fottutamente americana.
Camila rimase a bocca aperta.
Tu sei completamente pazzo,
disse, ma sul viso le era spuntato un sorriso enorme.
Paga la società, te l'ho detto. Sali.
Passammo da casa sua a South Beach. Camilla corse su e tornò giù dopo dieci minuti scarsi: aveva buttato dentro una borsa un bikini nero minimale, teli da mare, occhiali da sole e un vestito leggerissimo da infilare sopra. Era già pronta.
Girai la chiave nel cruscotto e il motore V8 della Barracuda si svegliò con un ruggito rauco, profondo. Ingranai la marcia e ci buttammo nel traffico, puntando decisi verso sud. Avevo deciso di prendere quella strada pazzesca che taglia l'oceano: la Overseas Highway. Una striscia di asfalto stupenda che attraversa tutte le Keys, saltando da un'isola all'altra grazie a una serie infinita di ponti sospesi nel nulla, dritti fino a Key West.
Il vento tiepido ci schiaffeggiava la faccia, la radio passava musica ad alto volume e la Barracuda rossa filava che era un piacere. Camilla si era già legata i capelli mori per il vento e teneva le gambe nude poggiate sul cruscotto di pelle bianca. La guardai di sfuggita mentre guidavo: sapevamo entrambi benissimo che non sarebbe stata una giornata fatta solo di mare, ma di tanto, tantissimo sesso.
Mentre la macchina divorava i primi chilometri dopo Key Largo, la tensione era diventata letteralmente insostenibile. Le gambe nude di Camilla a pochi centimetri dalla mia mano sul cambio erano un mix micidiale. Non ce la facevo più, e guardandola negli occhi capii che anche lei era al limite.
Fanculo la strada dritta,
dissi, scalando la marcia con decisione.
Dobbiamo fermarci. Adesso.
Camilla mi guardò con un luccichio selvaggio negli occhi mori.
Pensavo non me lo chiedessi più...
Girai bruscamente il volante a destra, imboccando una deviazione sterrata verso una delle prime isolette minori, un piccolo lembo di terra coperto di mangrovie e palme, lontano dalla carreggiata. La Barracuda sollevò una nuvola di polvere prima di fermarsi all'ombra, completamente nascosta agli occhi di chiunque.
Non facemmo nemmeno in tempo a spegnere il motore che eravamo già l'uno sopra l'altra.
Camilla si mise a cavalcioni sopra di me, direttamente sui sedili in pelle bianca della cabriolet. Il contrasto tra la sua pelle ambrata, venezuelana, e il bianco immacolato del sedile era una visione pazzesca. Le strappai di dosso il vestitino leggero. Sotto non aveva nient'altro: niente reggiseno, solo lo slip del bikini nero che andò via in un secondo.
La baciai con rabbia, con tutta la voglia che avevo accumulato dalla mattina. Lei mi graffiava la schiena, gemendo forte nell'aria calda e salmastra. La presi lì, sul sedile della Barracuda rossa, sotto il sole tropicale filtrato dalle palme, in un amplesso selvaggio, rapido e fottutamente intenso. Venimmo quasi insieme, sudati, distrutti e completamente appagati, mentre l'odore del sesso si mescolava a quello della pelle dell'auto e del mare.
Dopo quel round selvaggio, ci buttammo in acqua così com'eravamo per un bagnetto ristoratore. L'oceano era caldo e trasparente, perfetto per toglierci di dosso il sudore. Restammo a mollo a goderci la pace, con Camilla che rideva e mi schizzava.
Usciti dall'acqua, aprimmo il frigo portatile che Camilla aveva recuperato da casa sua. Stappai due birre ghiacciate con l'accendino e ci godemmo quei sorsi freddi che sembravano scendere direttamente in paradiso.
Ok, adesso sì che sono rigenerata,
disse lei, infilandosi gli occhiali da sole scuri e quel bikini nero minimale che risaltavano da dio sulla sua pelle.
Dove mi porti adesso?
Direzione Key West,
risposi, riaccendendo il V8.
Ma ci godiamo il viaggio.
Ci rimettemmo sulla Overseas Highway. La tappa successiva fu a Islamorada. Ci fermammo in un baracchino di legno sulla spiaggia con la musica reggae in sottofondo; lì ci sparammo due cocktail tropicali carichi di rum, belli ghiacciati, e un piattino di pesce al volo. Camilla ballava a piedi nudi sulla sabbia mentre sorseggiava il suo drink, attirando gli sarguardi di tutti. Ma era mia.
Rimontati in macchina, continuammo a scendere verso sud, superando il famoso Seven Mile Bridge. Sette miglia di cemento dritte nel mezzo dell'oceano. Camilla tirò indietro il sedile e alzò il volume della radio a palla, cantando con il vento tra i capelli mori.
L'ultima sosta prima della meta finale la facemmo a Bahia Honda. Una spiaggia da cartolina, con palme selvagge che si allungavano sull'acqua. Ci infilammo in mezzo alle piante, ben imboscati, per un altro quarto d'ora di baci caldi, palpeggiamenti pesanti sotto il costume e promesse per la notte. Eravamo di nuovo bollenti.
Nel tardo pomeriggio, finalmente, arrivammo a Key West.
Trovammo esattamente quello che cercavamo: un motel particolare in stile coloniale, tutto in legno bianco, nascosto tra palme e ibiscus, proprio a due passi dall'acqua. Ci diedero una suite pazzesca, vista mare, con una veranda enorme in legno grezzo che affacciava direttamente sul Golfo del Messico.
Ci facemmo una doccia veloce insieme per toglierci il sale, e poi ordinammo una cena di pesce tipico direttamente in camera per godercela in veranda, mentre il cielo si colorava di rosso e viola. Ci portarono un vassoio enorme di stone crab claws locali servite fredde, un pesce alla griglia profumato al lime e una bottiglia di vino bianco ghiacciato. Mangiammo con le mani, ridendo, stuzzicandoci e scambiandoci morsi e sorsi di vino direttamente dalle labbra. L'alcol e il profumo del mare stavano accendendo di nuovo quel fuoco.
Appena il cameriere portò via il vassoio, la notte tropicale era ormai scesa, calda e piena di stelle.
Camilla si alzò dalla sedia, lasciando scivolare a terra il vestitino leggero che si era rimessa dopo la doccia. Restò nuda sul legno scuro della veranda, illuminata solo dalla luna. La sua pelle venezuelana sembrava d'oro. Mi guardò con quel sorriso provocante e gli occhi mori carichi di sfida.
Adesso basta parlare,
sussurrò.
Mi alzai, la spinsi contro la ringhiera di legno della veranda e la baciai con una foga pazzesca. Le sue gambe mi avvolsero subito i fianchi. Fu un round di sesso selvaggio, animalesco, amplificato dall'aria aperta e dalla libertà di quel posto. I suoi gemiti si perdevano nel vento della notte di Key West mentre la prendevo da dietro, guardando l'oceano nero e sentendo le sue mani che stringevano forte il legno.
Venimmo insieme, bagnati di sudore, con il cuore a mille. La sollevai e la portai dentro, lasciandoci cadere sul letto gigante della stanza, esausti ma fottutamente felici. La Barracuda rossa era parcheggiata sotto la finestra, la società stava pagando tutto, e la notte era ancora lunghissima.
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